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FDSCiao Bryan, ci conosciamo da anni: sei un fotografo, un blogger, scrivi, pubblichi. Ci sono un sacco di cose di cui potremmo parlare, quindi forse è meglio tornare a quando hai iniziato a fotografare. Come è successo?

Bryan - Nel 2004 mi sono trasferito a Los Angeles da Minneapolis, volevo lasciare il Midwest e dedicarmi alla scrittura di sceneggiature. Come sceneggiatore non ero però così motivato, e ho sofferto del blocco dello scrittore non appena ne ho terminata una. Così ho preso in mano una macchina, e ho iniziato ad andare a zonzo per Hollywood e la Downtown di Los Angeles. Mi sono appassionato subito, e a un certo punto ho scoperto Flickr e mi sono iscritto a HCSP, uno dei più grossi gruppi di Street Photography. Ho imparato molto da Hin Chua, Raoul Gatepin, Ben Roberts e tanti altri. Mi sono messo a studiare la storia della fotografia, grazie ai libri presenti nella biblioteca, e leggendo i vari photoblog. Ero ormai ossessionato, e da quel momento ho iniziato a scattare con maggiore consapevolezza, con dei progetti in mente. Tutto questo risale al 2006 circa, quando abitavo a West Hollywood.

FDS - Sì, ti ricordiamo come amministrare lì, ed è stato lì che ci siamo incontrati. Per dirla tutta, quello è il luogo dove un mucchio di gente ha stabilito dei contatti. Anche noi abbiamo imparato molto da quel gruppo, e dalle stesse persone da te menzionate. E’ interessante notare che il mondo dei social network, veniva all’epoca considerato un po’ il trastullo del fotoamatore dai fotografi “seri”. Ora, dieci anni più tardi, le cose sono cambiate drasticamente, e quelle stesse persone le puoi trovare su Instagram o Facebook, dove sono molto attive. Ciononostante, abbiamo l’impressione che la discussione, per noi l’aspetto più stimolante dell’essere presenti su una qualsiasi piattaforma, sia un po’ calata (quantitativamente parlando). O forse si è semplicemente spostata altrove. O magari, possibile che in qualche modo risalti meno ora, persa in un immenso flusso di immagini e autopromozione? Sei sempre stato molto attivo come blogger, e un gran fruitore di internet in assoluto, qual è la tua percezione di questa cosa?

BryanNella comunità della fotografia contemporanea e documentaristica, qualunque discussione “pubblica” la si trova su Facebook, e fino a un certo punto su Twitter, nonostante la mia impressione sia che non molti fotografi ne approfittino regolarmente. Io stesso non partecipo spesso alle discussioni oggigiorno, perché non le considero così utili alla fine. Preferisco fare altro. Oltretutto, la mia primaria occupazione mi costringe a pensare a internet 50 ore a settimana, perciò quando si tratta di fotografia, preferisco chiacchierare con la gente agli eventi, come le mostre di libri fotografici. E’ questa la ragione per cui ho iniziato a fare i podcast. La conversazione faccia a faccia con altri fotografi è ciò che ho trovato più stimolante ed interessante, sebbene dopo aver completato due stagioni, non sono certo di quanto interesse abbiano suscitato nelle persone. Il problema principale è che la maggior parte dei podcast sono fondamentalmente delle interviste, e a meno che tu non conosca il fotografo e tu sia interessato al suo lavoro, difficilmente potrà coinvolgerti. Non sono certo che proseguirò con quella formula in futuro, dovessi decidere di continuare con i podcast.

Quindi, devo ammettere che sono piuttosto pessimista sul valore di una conversazione allargata su internet per quel che riguarda la fotografia fine-art. I gruppi di Facebook tendono a ridursi a delle gare a chi grida più forte, o a competizioni sullo status di chi vi partecipa. I gruppi di Facebook privati sono una specie di jolly. Sono membro di alcuni di questi, e mi è giunto all’orecchio di altri. Un gruppo controllato, privato, può ospitare delle discussioni valide. E’ probabile che lì sia il luogo dove si può trovare la maggior parte delle discussioni più interessanti. A parte questo, c’è una manciata di persone che si occupano di recensire e commentare libri, i cui scritti vengono spesso condivisi su Facebook, ma la discussione pare avvenire nelle pagine personali dei fotografi. Di conseguenza, a meno che tu non li conosca, non avrai modo di vederle.

Genesee Ave. © Bryan Formhals

FDSLa nostra impressione è che, a prescindere dalla comunità cui ci si riferisce, quel sapore un po’ naif degli inizi si sia un po’ perso nel corso del tempo: il pubblico potenziale era molto ridotto, e c’era più da imparare perché era come se fosse una pagina bianca che doveva essere riempita di contenuti, pensieri, discussioni. Ora prevale il richiamo della possibilità di raggiungere un pubblico più vasto, di conseguenza gran parte di ciò che si può trovare online è incentrato su sé stessi, è fondamentalmente promozione del proprio lavoro.

Discorso a parte, vorremmo tornare per un attimo alla street photography, poiché è la scena che abbiamo seguito più da vicino nel corso degli anni: è stato speso un sacco di tempo nel tentativo di definire tutto, e di rimettere in discussione quell’idea dalle sue basi. Ovviamente non ci siamo riusciti, e l’intera faccenda è sembrata ben presto futile. Come risultato, molti hanno proseguito per la propria strada, continuando a fare le loro cose, ma rinunciando all’idea di darle un nome ad ogni costo.

Nonostante tutto il clamore che vediamo attorno alla street photography oggi, la vediamo morta come mai lo è stata in passato. E’ una scena che è cresciuta al punto dell’autosufficienza, il pubblico è abbastanza vasto ora. Di conseguenza, non si sente un reale bisogno di creare un dialogo con la comunità della fotografia contemporanea. E’ buffo se pensi che per esempio Garry Winogrand non era molto d’accordo sul categorizzare ciò che faceva, e non era interessato a rinchiudere il suo lavoro in qualche nicchia. Piuttosto, ha di fatto favorito quel dialogo, ed è stato ricompensato da un meritato riconoscimento. Il grosso di quel che vediamo oggi nella scena “ufficiale” è una lista infinita di concorsi, ma è difficile riuscire a trovare persone disposte ad uscire dalla propria comfort zone.

Sei ancora legato a quell’idea di fotografia? HCSP e altri le fornirono un contributo sostanziale, ma al tempo stesso prepararono il terreno per una specie di diaspora: alcune persone sono rimaste, altre persone se ne sono andate. Cosa pensi di questo particolare processo?

BryanNon sono così attaccato all’idea di street photography perché non so cosa sia in realtà, se non una qualche vaga idea di fotografare la gente in pubblico. In termini del mio approccio personale, e del mio metodo, amo lavorare fuori, nel mondo, quindi camminare ed osservare è importante, sebbene non esca necessariamente con l’intenzione di fotografare le persone.

Ho comunque alcune teorie sul perché la street photography eserciti un richiamo su molti fotografi quando sono agli inizi. Principalmente trovo che sia il primo stadio di avvicinamento alla fotografia documentaristica, e credo che molti fotografi vogliano associare alla propria fotografia qualche tipo di valenza sociale. Catturare ciò che accade nelle loro città da quindi l’impressione di avere anche quel valore. Trovo comunque che il marchio “street photography” sia abbastanza ridicolo oggi, e rappresentativo di molte delle tendenze negative che cerco di evitare su internet e in photolandia, come avete in qualche modo sottolineato qui sopra. Ci sono alcuni fotografi il cui lavoro rientra in quella categoria, che apprezzo, ma nel complesso non è un genere che trovo particolarmente interessante. Chiaramente, uno potrebbe andare a vedere il mio lavoro e facilmente affermare che si tratti di street photography, e ci può stare! Scatto le mie fotografie in pubblico, e nei miei progetti ci sono molte fotografie di persone, non coscienti di essere riprese, ma credo di essermi lasciato alle spalle quell’aspetto del mio lavoro.

Come detto sopra, raramente fotografo le persone in pubblico oggi. Se lo faccio, è più un fatto accidentale, e i soggetti non se ne accorgono nemmeno. Trovo che l’approccio frontale ed aggressivo di certa street photography sia ai limiti di un discorso etico oggi, specialmente quando proviene da fotografi bianchi e di sesso maschile.

Infine, tendo a pensare che la street photography, più di altri generi, sia decisamente più interessante un decennio almeno dopo che le fotografie sono state scattate. Sotto molti aspetti vedo quel tipo di lavoro attraverso la lente della storia, più di quanto la veda come una forma d’arte. Quindi sì, credo nasconda ugualmente un valore indiscutibile. Magari in futuro, col progredire della tecnologia, l’intelligenza artificiale sarà in grado di analizzare i miliardi di fotografie realizzate, e di organizzarle in modi nuovi e stimolanti, individuando delle connessioni e dei significati che un curatore non potrebbe vedere. Quello sarebbe esaltante.

Genesee Ave. © Bryan Formhals

FDS - Sì, “incidentale” è la parola. Non siamo nemmeno noi così affezionati alla street photography, intesa come un genere a sè, ma siamo molto legati a quell’idea di vagabondare all’infinito e fotografare qualunque cosa attiri l’attenzione. E’ il punto stesso della cosa. E siamo d’accordo sull’ultimo punto da te espresso, riguardo alla possibilità che il valore di quella fotografia accresca col passare del tempo, e sulle possibilità che potrebbe aprire l’intelligenza artificiale in futuro.

Non sembra però un po’ l’opposto di quanto vediamo ora nel fine art e nella fotografia contemporanea in generale? Sembra ci sia questo grande sforzo nel cercare di creare qualcosa di assolutamente nuovo a tutti i costi, che però nella maggior parte dei casi verrà dimenticato in un minuto o poco più. Non fraintenderci, c’è un mucchio di roba interessante là fuori, ma c’è anche questa disperata voglia di ricevere attenzione e visibilità nell’immediato, che a volte può essere più semplice da ottenere quando si lavora a qualcosa di più concettuale, dal momento che è spesso più incentrato sull’idea e non necessariamente richiede le tempistiche di altri lavori. E’ come se ai fotografi venisse richiesto di produrre di più, freneticamente, e ogni volta che qualcuno riesce effettivamente a proporre qualcosa di realmente interessante, una nuova tendenza viene stabilita e tanti smettono immediatamente di fare quel che stavano facendo per correrle dietro. Non sembra un po’ ridicolo anche questo, forse?

BryanOra entrate nel campo della teoria e della critica, che sono importanti da comprendere per chiunque, ma non così fondamentali quanto il coltivare le proprie idee, e spingerle fino a dove possono arrivare, come anche voi affermate. Credo che ciò che molte persone trovano frustrante sia la macchina del clamore che circonda la fotografia concettuale e artistica. E’ il lavoro che desta la maggiore attenzione oggi, e credo che ciò faccia infuriare molte persone su internet. Ho imparato a starne alla larga negli ultimi anni. Una delle ragioni per cui ho chiuso LPV Magazine era che non volevo più dover decidere quali fotografi e quali progetti erano più rilevanti. Quella cosa si porta dietro un sacco di responsabilità, e non sentivo di avere né il tempo né il desiderio di farlo come si deve.

C'è comunque un sacco di artisti che lavorano in tutti i modi possibili, e ci sarà sempre. Uno può ottenere successo nei modi più diversi, e non sono sempre basati sul merito. E’ un mercato dell’”arte” in un contesto di capitalismo. Non sarà mai corretto ed equo. Sarà sempre guidato dal profitto. L’aspetto commerciale dell’arte non mi interessa granché. Mi guadagno da vivere nel mondo delle aziende, quindi passo un sacco di tempo a pensare al marketing e al commercio. Non posso sopportare di farlo più di così! Quindi, quando mi occupo del mio lavoro, sono interessato più alle idee, all’apprendimento, e semplicemente all’essere là fuori a fare nuove esperienze e scattare fotografie. Starmene in giro a camminare è qualcosa di molto più importante dell’arte. E’ nel mio DNA. E’ una questione filosofica e spirituale.

Per me, quella è la base da cui partire. Oggi, credo fermamente che serva qualche tipo di idea di progetto prima di iniziare, o almeno così faccio io. Nel corso degli ultimi anni sono partito dall’idea di un luogo preciso in cui andare, e attraverso l’editing riesco a trovare il senso di ciò che voglio dire con le fotografie. Non so se questa cosa si noti nel mio lavoro, ma mi trovo molto a mio agio in ciò che sto facendo. Ho completato anche alcuni progetti di appropriazione, anch’essi con le radici solidamente piantate in un concetto o idea. Quindi sento che andando avanti, le idee devono saltare fuori per prime. Poi, è il come le esegui che le rende arte. Ci sono al tempo stesso molti fotografi che producono dell’ottimo lavoro seguendo il metodo del “prima scatta, domandati poi”. Va benissimo. Mi interessa solo il risultato finale, il libro. Come mi disse una volta in un forum il mio amico James Luckett, “è tutto concettuale!”

FDSLo è sicuramente. Abbiamo da poco scritto un articolo in cui confrontavamo una manciata di libri, tutti scattati completamente a Londra. Ci potevi vedere tanti approcci diversi, alcuni tendevano più alla parte documentaristica dello spettro, altri erano più vicini a quel metodo che citavi in precedenza del “prima scatta, domandati poi”. Ciò che ci tenevamo a dire era che a prescindere dalle intenzioni del fotografo, tutti presentavano la loro fetta di “intenzioni” e “casualità”. Ci abbiamo visto gli stessi elementi, solo bilanciati in parti diverse: in alcuni c’era un po’ più di questo, in altri un po’ più di quello, cionondimeno le tracce di ognuno di quegli elementi primari erano ben visibili.

Quindi, sicuramente riteniamo che serva un’idea, nel senso più ampio, a prescindere dal fatto che arrivi prima o successivamente, in fase di editing, ma spesso pare che l’idea sia tutto, e il contenuto, la fotografia, in ultima analisi manchi un po’. Si ha alle volte una sensazione di sbilanciamento.

Ma di nuovo, hai già detto tutto, e siamo più interessati ora a saperne di più su quello che è il processo nella tua fotografia. Dici di partire da un’idea di qualche tipo, ma quanto è definita, in realtà? E’ solo un vago canovaccio o esci sapendo già cosa aspettarti? Ti serve davvero una macchina fotografica per “scattare”, o è anche una questione di vedere prima, magari andando al posto di lavoro, o mentre si fa altro che nulla a che vedere con la fotografia, per poi tornare successivamente e finalmente scattare qualche foto?

Dici che stare là fuori è nel tuo DNA, e di conseguenza ci viene da pensare che tu stia descrivendo uno stato mentale molto preciso, qualcosa che ti accompagna nel corso dell’intera giornata. I concetti possono germogliare anche da una disposizione simile, quindi quando parliamo della nostra idea di fotografia, ci riferiamo a quella dove il “processo” non ha un inizio e una fine ben definiti: “processo” può riferirsi a un progetto specifico, ma anche all’essere fotografo nel senso più ampio.

Skyway © Bryan Formhals

Bryan Ogni mio lavoro è nato da impulsi diversi, e la percezione che ne ho cambia col passare degli anni, specialmente quando edito e metto insieme i miei dummy. Difatti, non riesco ancora a considerare concluso nessuno dei miei progetti! Non ho ufficialmente pubblicato alcun libro, solo appunto alcuni dummy. Voglio prima vedere come quegli esperimenti reggono il giudizio del tempo, prima di sottoporli a un giudizio esterno o autoprodurli.

Nei miei due ultimi progetti, tutto è nato dall’idea di un luogo che volevo visitare, e sono semplicemente andato lì. Skyway si svolge nel Queens, dove ho deciso di camminare tra i due principali aeroporti di New York, La Guardia e JFK. Uscivo, camminavo tre ore, poi tornavo la settimana successiva e ripartivo da dove mi ero fermato. L’ho fatto per circa un anno, dopodiché ho deciso di rompere quella routine per iniziare ad esplorare a caso tutte quelle aree che si trovano nel mezzo, per completare il lavoro. Da lì si è evoluto e il senso per me era che non fosse possibile salire su un aereo che mi portasse da un aeroporto all’altro, ma che si poteva fare ciò camminando. Era in qualche modo assurdo, ma perfettamente coerente in un luogo come New York. Quindi il progetto era quella visione del Queens, e per un trapiantato come me, qualcuno che non aveva vissuto lì per più di qualche anno, rappresentava il mio modo di sentire il quartiere, dalla prospettiva di un pedone.

L’altro progetto ha luogo a Long Island. Come detto vivo nel Queens, e desideravo uscire dalla città e salire su un treno per pendolari. Long Island mi aveva sempre intrigato, in quanto parte dell’area più allargata di New York, e volevo darle un’occhiata. Ho deciso di scattare in bianco e nero, principalmente Delta 3200 perché mi piaceva la sua resa che avevo apprezzato utilizzandola anni prima, ed ero un po’ frustrato con il colore. E’ stata una scelta azzeccata, mi trovavo molto più a mio agio a scattare in bianco e nero quando si trattava di lavori paesaggistici.

Genesee Ave è l’unico lavoro il cui dummy mi sembra completo. Quel progetto si è svolto a Los Angeles, esattamente alla fine dell’era Bush,  quando Obama stava concorrendo per la presidenza. Sentivo che il mio tempo a Los Angeles stava per finire, quindi sotto molti aspetti si tratta di un progetto sull’andarsene, sebbene scaturì dal desiderio di cimentarsi con il colore, che suona un po’ sciocco, ma era tanti anni fa! Quel progetto ha preso vita durante la fase di editing, che ha richiesto circa 4 o 5 anni.

Quindi, questi lavori sono tutti biografici e ruotano attorno al mio desiderio di osservare differenti aspetti delle aree geografiche dove vivo o vivevo. La cosa interessante di camminare e fotografare è che ti lascia anche un sacco di tempo per pensare. Cercare di articolare quella fase del processo è complicato, e il modo più semplice è quello di definirla un rituale di meditazione. Il rito è fondamentale ed è qualcosa che non avevo preso in considerazione fino a qualche anno fa.

Long Island © Bryan Formhals

FDS - Hai fondato un collettivo anni fa, Strange.rs, e siccome alcuni di noi FDS ne sono stati parte fin dal principio, abbiamo qualche informazione di prima mano. Una delle principali motivazioni dietro quell’impresa era il concetto di “forza attraverso l’aggregazione”, che in qualche modo si traduce nell’essere quello un luogo dove sviluppare delle idee e progetti collettivamente, e non limitarsi semplicemente a pubblicare i vari portfolio o progetti personali. Ci pare di capire che sia qualcosa di molto difficile da realizzare fino in fondo. Sicuramente il gruppo è riuscito a portare a completamento quel tipo di lavoro parecchie volte, ma la difficoltà rimane molto alta. Dando un’occhiata alla lista infinita di collettivi presenti oggi, quell’aspetto specifico sembra più rilevante che mai. Che ne pensi?

BryanBeh, innanzitutto è bene chiarire che ero un co-fondatore. Fin dal principio eravamo un gruppo. Sono stato membro di un altro collettivo in precedenza, che alla fine non funzionò, ed è una delle ragioni per cui ci ho voluto riprovare. Con Strange.rs nemmeno ha funzionato per me, per una serie di motivi, principalmente perché ero scettico sul fatto che un approccio “democratico” in un collettivo potesse essere efficiente. Inoltre, volevo concentrare le mie energie sui miei progetti personali e LPV. Purtroppo c’è un quantitativo limitato di energie che si possono investire nei proprio lavori, specialmente quando stai contemporaneamente tentando di guadagnarti da vivere.

Più in generale trovo che i collettivi possano portare dei benefici per il giusto tipo di fotografi. Il senso di comunità e lo scambio di risorse può fare miracoli. Sono però anche in qualche modo scettico perché la maggior parte dei collettivi non ha degli obiettivi ben definiti, e quando sono composti da fotoamatori, quegli obiettivi tendono a non essere una priorità. Credo che i collettivi necessitino di diventare più ambiziosi, e trasformarsi in agenzie con un piano commerciale che abbia la finalità di stimolare l’attività creativa. Ma la maggior parte dei fotografi che incontro non hanno interesse a pubblicare libri e occuparsi di affari, preferiscono scattare fotografie e condividerle. Forse ai vari collettivi gioverebbe diversificare, e avere membri interessati a scrivere, pubblicare materiale, sviluppare un’attività, ecc ecc. Di nuovo, quel tipo di ambizione richiede dei fondi, ed è lì che l’impresa diventa improba. La maggior parte dei collettivi semplicemente non desidera prendere quella strada.

Credo in ogni caso che i collettivi esistenti attualmente siano validi, e produttivi, ma dal punto di vista dell’innovazione e dell’ambizione, non ho ancora visto nulla che abbia catturato la mia attenzione. Credo sia molto bello essere presenti in una piattaforma collettiva dove condividere lavori, creare mostre collettive, e sopratutto scambiarsi idee e critiche. Ma come consumatore finale, non bado molto a dove trovo quei lavori oggi: con tutta probabilità avrò trovato un link su qualche altra piattaforma, e non vedo una reale ragione per seguire da vicino un collettivo.

FDSHai scritto un libro molto interessante con Stephen McLaren, Photographers’ Sketchbooks, che approfondisce molte delle tematiche relative al processo fotografico. Il fatto di scavare così a fondo del modo di approcciarsi di un sacco di fotografi diversi, ha avuto qualche influenza sul tuo, in qualche modo? E, discorso a parte, qualche mese fa abbiamo letto questo articolo di Blake Andrews, e ci ha fatto pensare un po’. Sai perfettamente quanto importante sia la fase di scatto, tanto quanto lo è lo sviluppare una propria visione e raffinare il proprio metodo di lavoro, e al tempo stesso Blake Andrews ama i fotolibri esattamente come tutti noi. Ma ci potrebbe essere qualcosa di vero in quanto scrive: sembra che alle volte se ne sia un po’ troppo ossessionati, e ciò ha certamente a che fare con quell’isteria che vediamo oggi attorno al libro fotografico.

Abbiamo sentimenti contrastanti su questo tema, il libro è con tutta probabilità il traguardo più importante per un fotografo, ma al tempo stesso è in fondo una raccolta di immagini, che necessitano prima di tutto di essere scattate. Da quel che hai scritto fino ad ora, ci viene da pensare che tu riesca a mantenere un equilibrio piuttosto stabile tra il tempo speso a fotografare, e tutte le altre fasi. Sappiamo che è abbastanza difficile tenerle separate, e non vediamo nemmeno la necessità di farlo a dire il vero, ciononostante si percepisce una certa urgenza generale di pubblicare ad ogni costo, semplicemente perché devi. Non potrebbe essere che il giusto compromesso sia di essere solo “moderatamente” ossessionati, evitando di affettare le cose? Chiaramente stiamo interpretando l’avvocato del diavolo qui.

Bryan - L’aver lavorato a quel libro è con tutta probabilità l’esperienza più importante che mi sia mai capitata in campo fotografico. Ha avuto un impatto enorme sul mio modo di lavorare, e come un terremoto ha sgretolato le mie fragili idee sulla fotografia. Sono emersi due punti fondamentali da quel libro e da quell’esperienza: 1) ogni fotografo condivide le stesse difficoltà e conflitti, quando si tratta del proprio metodo di lavoro. E’ stata una specie di terapia rivedere tante delle questioni che mi hanno riguardato, dal punto di vista di tutti questi fotografi di talento. 2) C’è una gamma infinita di possibili approcci nel creare un libro fotografico o nello scattare delle fotografie. Non c’è un unico percorso per arrivare a quel risultato finale, e nessuno di quei percorsi è migliore o peggiore di altri. Ogni fotografo ha bisogno di trovare un metodo che funzioni per lui e per quel che vuole realizzare.

Comunque, adesso c’è sicuramente un’isteria generalizzata attorno al libro fotografico, e potrebbe tranquillamente essere una bolla di sapone, ma nel complesso, credo fermamente che il fatto di vedere tutti questi libri porti a dei benefici per tutti, perché consente alle voci spesso tenute ai margini di trovare un modo per farsi sentire, senza per forza dover passare per le strade più tradizionali. E’ di importanza vitale, anche perché la comunità dei fotografi è storicamente molto maschile, e molto bianca, perlomeno in occidente. In questa comunità abbiamo un disperato bisogno di più voci, approcci diversi, e libri fotografici. Ogni passo indietro rispetto al conseguimento di quella diversità va combattuto strenuamente.

Questo è più o meno come la vedo in generale, ma immagino che vi riferiate, un po’ come Blake in quell’articolo, più al processo. Molti fotografi di strada hanno espresso quella lamentela, da quando ho avuto a che fare con quella comunità. La principale obiezione è che quell’approccio dello “scatta prima, domandati poi”, viene visto come sorpassato e conservatore. Sono consapevole che ciò sia vero tra gli adepti delle accademie e delle scuole d’arte, ma per quel che ne so, mi pare che siano molti i fotografi che continuano a vagare senza metà per il mondo, a caccia di fotografie. Ma davvero, che importa se quell’approccio viene messo ai margini? E’ stato comunque l’approccio dominante per decenni. Perché non abbracciare anche la diversità delle interpretazioni che sono emerse nel frattempo? Nel complesso la comunità dei fotografi è piuttosto piccola ugualmente, perciò tanto di questo lamentarsi sembra girare attorno al tipo di lavoro che riscuote le maggiori attenzioni, che viene approvato da chi stabilisce cosa va e cosa no in un dato momento. Di nuovo, credo che i fotografi possano usare le proprie energie in modo più proficuo, che a combattere quella battaglia.

Per me comunque, è assolutamente importante non affrettare la creazione di un libro! E’ la ragione per cui non ne ho ancora pubblicato uno. Voglio vedere se reggono il confronto con il tempo, o se il mio modo di vederli cambia. Sono anche scettico sul fatto che i libri che ho creato fino ad ora possano contribuire granché al dibattito generale, quindi non sento quella fretta di fare lo sforzo necessario alla pubblicazione di un libro, e sottoporlo alle persone giuste. Verrebbe ignorato comunque.

Credo nelle fotografie e credo sia molto difficile crearne di interessanti con regolarità. Richiede tempo, pazienza, e un sacco di camminate. Le fotografie sono importanti, senza dubbio, ma al tempo stesso, evito di rendere la singola fotografia un feticcio, perché se lo facessi mi ritroverei con tutta probabilità con circa sette fotografie che considererei “buone”.

FDSBeh sì, è uno sforzo inutile se in qualche modo interferisce con il completamento di qualunque lavoro, se ruba delle energie che sarebbero potute essere usate in modo più proficuo. Ciononostante, al termine di quel progetto, in certo senso quello sforzo potrebbe essere richiesto: spingere una certa idea di fotografia è un modo come un altro di promuovere il proprio lavoro. Certo, il semplice mostrarlo dovrebbe essere sufficiente, ma anche lo stimolare un dibattito male non fa. Da fotografo, uno dovrebbe focalizzarsi sul proprio lavoro, sicuro, e come dici c’è un sacco di gente che lo fa. Ma dalla nostra prospettiva di FDS, ci sentiamo di porre l’attenzione su quell'idea di fotografia, a prescindere dallele tendenze del momento. E, visto e considerato che in realtà apprezziamo molto di quanto vediamo nel mondo del fine art oggi, ci sembra opportuno contribuire a levigare quel passaggio da un mondo all’altro. Non vediamo un vero dialogo tra i due. In realtà, non li vediamo nemmeno come mondi separati, in assoluto, ma quella sensazione emerge ugualmente.

A parte questo, sollevi una serie di questioni molto importanti, specialmente quella relativa al sesso e al colore dei fotografi. Sei il fondatore di LPV, che certamente ha sempre rappresentato un gran numero di voci e opinioni differenti, e ha contributo anche a quel dibattito. Lo conosciamo da quando è nato, e lo abbiamo visto evolversi nel corso degli anni. Hai già accennato a questi cambiamenti all’inizio di questa conversazione, puoi approfondire un po’ la cosa, e magari dire qualche parola su come e nato e perché?

BryanLPV è nato come gruppo su Flickr, perché volevo curare delle mostre a cadenza mensile. Al tempo ero uno degli amministratori di HCSP ma mi interessavo anche di altri generi, quindi ho realizzato che avrei potuto creare un mio gruppo. Le mostre mensili sono andate avanti per alcuni anni, e nel frattempo tenevo anche un blog. Il blog e gli articoli sono stati la prima cosa che ha attirato l’attenzione delle persone. La comunità che ruotava attorno ai blog era abbastanza ridotta, e non c’è voluto molto a comparire nel radar di chi era attivo all’epoca.

Quelli erano gli inizi, e da lì ho deciso di interessarmi alla pubblicazione di una rivista, e quella è stata la strada successiva, nella quale ho lavorato con Wayne Bremser a sette uscite. Si tratta di un ibrido in formato sia cartaceo che web. Ogni numero era disponibile online e per l’acquisto su Magcloud. Dopo sette uscite mi sono stufato del formato rivista, e ho deciso di interrompere la pubblicazione. Al tempo le riviste di fotografia stavano spuntando un po’ dappertutto, e mi è sembrato di non offrire nulla di particolarmente originale. Molte di queste riviste si somigliano nel senso che sono guidate dal gusto degli editori. Per come la vedo, è un po’ troppo facile così. Fare della tua missione quella di pubblicare solo fotografia nuova e stimolante non è così ambizioso, in fondo. Credo che le riviste necessitino anche di un tema o un argomento da sviluppare, per risultare interessanti.

In quel periodo avevo fatto partire anche photographsonthebrain e ho creato un discreto seguito su Tumblr, e di conseguenza l’ho usato come principale destinazione dove condividere le fotografie che trovavo su internet. Credo che quell’archivio, ormai vecchio 9 anni, sia probabilmente il progetto online più interessante che abbia realizzato fino ad ora. Chiaramente non appena Tumblr andrà gambe all’aria, l’intero archivio sarà perso.

Il progetto successivo con LPV sono stati i podcast. Nel corso della prima stagione c’eravamo solo io, un registratore e un fotografo che parlava del proprio lavoro. Tecnicamente la qualità era terribile ed era eccessivamente grezzo, ma un buon numero di persone alla fine lo seguirono lo stesso. Il formato podcast mi piace perché amo conversare e intervistare le persone dal vivo. E’ sempre stato il mio modo preferito di parlare di fotografia. Non sono sicuro di quanto risultasse interessante anche per chi ascoltava, comunque. Dopo la prima stagione, ho iniziato a lavorare con Tom Starkweather, che mi ha aiutato a produrre il programma oltre a occuparsi dell’audio e di scattare le fotografie dei vari libri. La qualità della produzione migliorò drasticamente, e contemporaneamente il format del programma era sempre più delineato, si concentrava sul libro fotografico. Ogni fotografo portava qualche libro dalla propria collezione, e li discutevamo. Questo è il mio modo preferito di occuparmi di libri anche oggi. Mi piace molto vedere cosa porta con sé il fotografo, e le ragione per cui lo trova interessante.

Siamo in una fase di stallo al momento e non sono certo che i podcast torneranno nel formato attuale. Ci sono un sacco di sfide da affrontare per produrre più di 20 puntate all’anno. Vedremo, mi sento comunque stimolato a continuare.

Ad ogni modo, mi trovo a una specie di bivio con LPV. E’ sempre stato un progetto parallelo, ma è anche quello tramite il quale ho creato una reputazione nel settore, e che mi ha portato dove mi trovo nella mia carriera. Sento che la prossima versione dovrebbe essere sostenibile a livello economico, ma non sono mai stato particolarmente bravo sotto quell’aspetto. Ho lo stesso qualche idea, quindi staremo a vedere. Di certo qualunque futura versione di LPV, non si occuperà solo di fotografia, perché ho la sensazione di avere fatto dei passi avanti a livello intellettuale e creativo, che mi hanno portato in un campo che va un po’ oltre quel confine.

Per quanto importante sia LPV per me, sarà comunque sempre secondario rispetto all’uscire a camminare e fare fotografie. Ho quarant’anni adesso, faccio un lavoro d’ufficio, e sento il bisogno di uscire ed essere attivo ogni volta che ne ho l’occasione. Il camminare lega molti aspetti della mia vita, e porta a molti benefici che vanno aldilà di quelli strettamente fotografici. Spero di riuscire a seguire questa strada per qualche altro decennio, e chi lo sa, con qualche aggiustatina del dottore, magari riuscirò a farlo fino a quando avrò 120 anni! Questo mi dovrebbe lasciare altri ottant’anni di tempo per scattare qualche altra fotografia dignitosa.

FDS - Bene, ci sembra un ottimo modo per chiudere questa chiacchierata, ma abbiamo un’ultima domanda: quante persone pensi che avranno il coraggio di leggere interamente questo immenso sproloquio? Grazie infinite per averci dedicato il tempo per fare questa cosa, Bryan.

 

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