E’ appena iniziato un nuovo elettrizzante fine settimana dedicato allo scansionare rullini, e tra un negativo e l’altro è saltato fuori nei feed questo articolo. Oh, chiariamo, non ce ne frega nulla di che macchina usate, figurarsi se ci interessa sapere cosa ci mettete dentro. Non è quindi la noiosissima questione pellicola vs digitale, è solo una coincidenza (una di quelle cose che ci metti il “meta” prima, supponiamo) che ci fa partire con uno dei nostri soliti fantasiosi pensierini.

In buona sostanza nell’articolo si parla di un sensibile aumento delle vendite di pellicola nel corso dell’ultimo paio d’anni, e si bada bene a specificare che questa tendenza non è legata solo a buffe mode hipsteriche coi risvoltini e la barba. Parrebbe, stando agli esperti, esserci una specie di ritorno a un modo di fotografare più ragionato e meno bulimico. Può essere, ma noi beviamo molto di più di quelli del Time, quindi possiamo ipotizzare scenari un po’ più radicali.

La questione è che chi ha iniziato ‘anta anni fa sa benissimo che, in un mondo diviso tra fotografi della domenica, e professionisti o comunque fotografi recidivi e regolari, quelli che scattavano come degli ossessi erano i secondi. I primi lo facevano forse tre volte l’anno, a Natale, Pasqua e Ferragosto.

Allo stesso tempo, cronaca e documentazione spiccia, o il momento storico, erano appannaggio quasi esclusivo dei secondi, mentre i primi si limitavano a fotografare i fattacci loro, la nipotina, il compleanno di Zia Giuseppina. Oh, facciamo finta che non ci siano delle numerose eccezioni, non perdiamo tempo in pignolerie varie.

Ora, le cose sono un po’ cambiate, e per fare un esempio pratico alcuni di noi hanno avuto modo di accorgersene direttamente lo scorso autunno a Parigi, in occasione dei fatti di cui tutti sapete: era la settimana di Paris Photo, un festival che richiama un quantitativo impressionante di fotografi, dalla Magnum al gran completo fino a scendere a noi poveracci. In tutto questo, di quegli eventi disastrosi abbiamo informazione visiva praticamente solo da parte dei passanti armati di cellulare.

Ok sei un grandissimo fotografo, ok chissà che incredibile composizione di morte avresti saputo fare, ma a noi non ce ne frega niente, perché non siamo più certi che sia più documento la foto sapiente o quella scattata più da vicino, nello spazio e nel tempo.

Ciò che abbiamo visto nei decenni passati era il frutto di un compromesso: accadeva qualcosa di importante, le varie agenzie mandavano i loro fotografi, e “poco dopo” vedevamo quell’evento documentato con tutta la professionalità del caso. Sta in quel “poco dopo” la differenza, quel "poco" ora è diventato di colpo tantissimo.

E’ evidente che quindi la figura del cronista, per come l’abbiamo conosciuta fino ad ora, ne esce un po’ ridimensionata. Tutta la sua esperienza non basterà a trasferirgli il dono dell’ubiquità, e ci sarà quasi sempre qualcuno più vicino di lui, e sarà quasi sempre quel passante con uno smartphone in mano.

Che farà quindi? Niente, magari si farà mandare in qualche scenario di guerra (dove comunque in qualche misura dovrà competere con gli indigeni), oppure si dedicherà a lavori di diverso respiro, realizzabili con più calma, dove, lo ritenesse opportuno, potrebbe pure affidarsi agli strumenti più arcaici disponibili, potrebbe comodamente lavorare con un banco ottico 8x10, e poco cambierebbe.

Il professionista non si troverà più costretto ad escludere a priori l’idea di fare un passo indietro nell’evoluzione tecnologica (un passo indietro?) e servirsi di altri strumenti. Il fotografo disinvolto che probabilmente manco lo sa di essere un fotografo invece più verosimilmente opterà per il sistema più pratico.

E’ qui che in qualche modo si vede quel ribaltamento cui accennavamo in precedenza, chi si occuperà ora dell’evento macroscopico, della “storia”, e chi invece del banalissimo miracolo quotidiano da due lire?

Numerose sono le eccezioni in un senso e nell’altro, ma siamo stati abituati a vedere la Storia attraverso gli occhi del grande fotografo, e il banale quotidiano visto da chi, libero dal dover sottostare alle leggi del mercato, aveva interesse a dedicarci attenzione.

Questo abbiamo finora chiesto a quella prima figura, gli abbiamo chiesto di compensare a quel fisiologico ritardo, a quel “poco dopo”, con l’abilità nel maneggiare una macchina fotografica. Ora quel ritardo non esiste più, e gran parte di quella morbosa curiosità di vedere e sapere viene soddisfatta in altro modo, da altre figure.

Il tempo è la chiave di tutto, e quel tempo ora, che lo voglia o meno, gli verrà concesso, e anzi come si legge tra le righe in quell’articolo, ha già iniziato ad usarlo. Talvolta conterà meno la praticità dello strumento che utilizzerà, e molto più importante sarà la corrispondenza tra il risultato ottenibile con quel mezzo, e la sua personale visione.

In parte avrà, e già ha, una possibilità in più gentilmente offertagli da quella battaglia persa in partenza. Sarà portato talvolta a volgere il suo sguardo altrove, anche appunto fosse solo fotografare la strada sotto casa, e non è detto che sia un male.

Ora, che ce ne viene a noi che stiamo a mezza via, che già siamo interessati a quelle cose che nessuno o quasi degnerebbe di uno sguardo, e che il mercato manco sappiamo cosa sia? E chi lo sa. Forse è di nuovo il tempo la chiave, il tempo che verrebbe redistribuito in modo più equo, non verrebbe concesso a chi in ogni caso non saprebbe che farsene, e ne godrebbe chi fino ad allora ne ha avuto ben poco.

A ognuno il suo: il passante con lo smartphone che, piaccia o meno, è parte integrante anche se involontaria dell’evoluzione della pratica fotografica trova un ruolo ben definito, e il dinosauro vecchia scuola lavora con più calma, dedicandosi spesso ad altro. Trova il suo spazio d’elezione nell’approfondimento, magari.

Se davvero le figure del curatore e dell’editor tornassero ad assumere l’importanza che meritano, mettendo una toppa su quel buco nero fatto di improvvisazione visibile ogni volta che ci viene proposto il documento fornito dal passante, completeremmo un quadro dove ogni cosa è al suo posto, e l’immagine ritroverebbe una dignità perduta per un periodo troppo lungo. E sopratutto, si spiegherebbe un ventaglio di possibilità infinite, dove anche il fotografare una cartaccia sul marciapiede potrebbe acquisire un senso diverso.