Qualche mese fa si è tenuta a Treviso la mostra 100 attimi, ideata e curata da Umberto Verdoliva, che si proponeva di fare un po’ il punto su quella che è la situazione della “””“fotografia di strada”””” in Italia.

Abbiamo approfittato dell’occasione per uscire allo scoperto come FDS, dopo un lungo periodo passato nell’incubatrice a sistemare questo e quello. Ringraziamo Umberto per averci in qualche modo coinvolti con l’invito di David e Christian, uno in veste di fotografo, l’altro di moderatore del dibattito. Il ringraziamento poi è doppio, dal momento che quello stesso dibattito è avvenuto grazie alla sua disponibilità ad assecondare le nostre insistenze affinché avesse luogo, nonostante le complicazioni che poteva comportare, e che lo avevano visto accantonato fino a quel momento.

Non abbiamo più parlato di quella giornata, perlomeno in questa sede, ma la recente messa in onda da parte di Radiobase Mantova di quegli interventi, compreso un contributo a posteriori dello stesso Verdoliva, ci serve su un piatto d’argento la possibilità di proseguire quel discorso interrotto per ragioni di tempo e opportunità, e di espanderlo con gli spunti nati da quell’ultimo intervento telefonico.

Partiamo subito col dire che abbiamo accolto con grande soddisfazione il vedere certi concetti ai quali teniamo molto, ripetuti anche altrove sia da Umberto che da altri: non eravamo di certo i primi a parlarne, ma spesso parevano avere perso di forza. Questo ci spinge ora ad alzare l’assicella, e ragionare su quanto realmente si traducano in pratica, quella stessa pratica che in qualche modo dovrebbe fare uscire dall’equivoco volontariamente o meno evocato nell’intervento telefonico di Verdoliva, che ci vede come degli outsider incompresi dalla “critica ufficiale”.

E’ possibile che questo approccio molto disinvolto che tendiamo a tenere, non sia esattamente all’ultimo grido, ma è altrettanto verificabile il fatto che nella maggior parte dei casi i nostri sforzi possono risultare acerbi e caratterizzati da una certa sensazione di amatorialità, generata dal palpabile scarso interesse che spesso viene dedicato a una maturazione più completa come fotografi.

Abbiamo spesso parlato di questo mondo, cercando di capire quale margine ci fosse per una sua possibile crescita, ma in fin dei conti ci riferiamo sempre a una pratica molto strana, dove in ultimo restiamo solo noi e le nostre fotografie, e dove le risposte che pubblicamente ci diamo, possono assumere invece un sapore che va da quello della distratta imprecisione a quello della menzogna spudorata, quando non c’è un pubblico ad ascoltarle se non noi stessi.

Possiamo ritrovarci tutti d’accordo su questo o quello, ripetere come un mantra concetti prestati e mai fatti realmente propri, ma ciò non avrà alcun influsso sul nostro lavoro, se nel privato gli verrà concessa quell’accondiscendenza che altrove denunciamo come nociva.

Non sono mai esistite regole, quelle servono per cambiare un rubinetto che perde. Tutto è possibile ma tutto, per sembrare compiuto, dovrà rispondere a una logica che va aldilà della stranezza ripresa in una fotografia. Fosse anche una logica basata sull’istinto, cresciuta nella pancia, sempre logica dovrà essere, e la prima ragione del nostro scetticismo verso la maggior parte di quel che vediamo, è che quella caratteristica si percepisce poco.

La carta del genio incompreso quindi diventa poco più della storiella della volpe e l’uva, e lo scarso interesse verso ciò che facciamo il più delle volte è perfettamente giustificato da quella mancanza di coerenza, da quella pigrizia che sembra trasudare da tutti i pori.

Forse guadagnare l’attenzione di altre persone non strettamente interessate ai nostri trastulli non è una priorità, e non c’è nulla di male, anzi. Ma allora parlare di uscire dalla “streetfotografia” per entrare nella “fotografia” diventa una contraddizione, da qualunque parte la si guardi. Entrare dove? “Fotografia” è tantissime cose diverse, e già domani sarà altro ancora, e non si può pensare che fingendo che non esista un mondo là fuori, quello stesso mondo abbia voglia o interesse ad accoglierti.

E non sempre è puzza sotto il naso. Quei nomi del passato e del presente a cui spesso ci rifacciamo, si sono confrontati con la fotografia tutta, hanno compreso il contributo che potevano dare alla sua evoluzione e alla crescita della pratica, e se li conosciamo è proprio perché il mondo della fotografia ha colto quel valore e li ha accettati con entusiasmo.

Non si sono quindi rinchiusi in una stanzetta insieme a pochi altri nella speranza di poter emergere in un contesto così ridotto, come il funambolo che all’oratorio segna dieci gol a partita, ma già due isolati più in là non riesce a prendere un pallone, per capirsi.

Questo confronto allargato non comporta lo stravolgimento delle proprie idee, bensì di guardare al proprio lavoro obiettivamente e comprenderne la reale portata. E’ uno sforzo in più, un ragionamento sulla propria visione, e una rinuncia ad ogni alibi.

Tutto ciò richiede che alle belle parole seguano dei fatti e, dovesse accadere, si vedrà di colpo svanire nel nulla tutta questa tremenda, ingiusta incomprensione, e finalmente verrà meno la necessità di perdersi all’infinito in chiacchiere di questo tipo.