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Le definizioni sono generalmente piuttosto noiose, a meno che non si trovi una crepa che dia la possibilità di rimetterle in discussione. Abbiamo visto recentemente uscire alcuni libri fotografici interessanti, che si aggiungono a una manciata pubblicata nel 2015 (sì, è Natale e ovviamente anche noi dobbiamo compilare un qualche tipo di lista). Tutte le immagini che troverete in questi libri sono state scattate a Londra, e questa è la ragione per cui li abbiamo scelti: metterli uno accanto all’altro rende molto più semplice individuare una serie di questioni.

 

I libri sono:

- "Adventures in the Lea Valley" di Polly Braden

- "London Ends" di Philipp Ebeling

- "Minor Collisions" di David Wilson

- "Up West" di David Solomons

- "All that life can afford" di Matt Stuart

Alcuni di questi chiaramente rientrano nella categoria della fotografia documentaristica, mentre altri in apparenza no. Basandoci sulle definizioni cui accennavamo all’inizio, si potrebbe immaginare che appartengano a mondi completamente diversi. Tendenzialmente potevamo trovarci d’accordo, ma non ne siamo più così certi.

I fattori chiave qui sono le intenzioni e le probabilità, ovvero quella distinzione tra l’approcciare qualcosa con un’idea precisa in testa, opposta a quella disposizione ad accogliere il caso, che dovrebbe rappresentare un aspetto primario di un certo modo di fotografare. Sono interpretazioni molto chiare nella teoria, probabilmente un po’ meno quando si è in giro a fotografare.

Intenzioni e probabilità sono due cose da cui è molto difficile distaccarsi. Mi domando quanti dei lavori documentaristici che abbiamo visto fino ad ora, siano rimasti completamente fedeli a quella che era l’idea di partenza, e non abbiano subito dei cambiamenti in corsa, perché qualcosa di imprevisto è accaduto, o perché qualcosa di inaspettato si è d’un tratto mostrato.

I primi due libri nella lista, per quanto molto differenti tra loro, hanno decisamente qualcosa in comune: sono il risultato di un’esplorazione, e sebbene mostrino forse diversi “livelli di familiarità” con l’area prescelta, sempre parliamo di un’esplorazione, che strutturalmente prevede dapprima una consapevolezza, necessaria per dare la possibilità di imbattersi in ciò che non si conosce successivamente.

“… abbiano iniziato a passare il nostro tempo libero nella Lea Valley. L’abbiamo esplorata perlopiù in bicicletta, con solo una macchina fotografica e un esposimetro in due. Abbiamo seguito le stagioni. David ama quei paesaggi dove avvengono degli strani “incidenti”. Io ero una ritrattista. Entrambi ammiravamo la migliore street photography. In qualche modo abbiamo combinato tutti questi elementi, reagendo alla luce, allo spazio, al colore e agli incontri casuali”

“Ci siamo limitati a continuare a scattare, sapendo che un giorno avremmo riguardato quella montagna di foto e le avremmo dato un senso”

“I giochi olimpici sono arrivati e se ne sono andati, e la parte bassa della Lea Velley iniziava a fare i conti con le sue radici. Inevitabilmente, siamo stati invogliati a tornare per vedere cosa era accaduto. Al posto di una landa selvaggia c’erano parchi, prati curati, e il diffondersi di ciò che gli immobiliaristi amano chiamare “appartamenti di lusso”. All’ombra dell’incombente stadio, il piccolo ponte blu era ancora lì, ma i graffiti sono stati da tempo cancellati.”

Polly Braden su “Adventures in the Valley”

 

images © Polly Braden 

 

Queste parole da sole riassumono il nocciolo della questione. Mostrano come quegli approcci così diversi riescano a mescolarsi con grande facilità, anche a prescindere dalle intenzioni del fotografo, e a permeare l’intero processo.

Un altro ottimo esempio di tutto questo è il libro di Philippe Ebeling, “London Ends”. Il processo qui pare lievemente diverso: mentre Polly Braden apertamente dichiara di avere già familiarità con l’area della Lea Valley, Ebeling afferma di volere conoscere, fatto che implica un’apertura verso ciò che al momento è ancora ignoto, con l’obiettivo finale di arrivare a documentare un luogo:

“Arrivando a Londra da un piccolo borgo tedesco, sono stato sia sopraffatto che stregato. Sono stato spinto a conoscere ogni angolo di quel luogo, per comprenderlo nel modo più completo possibile. Per anni ho attraversato la città con la mia bicicletta, trovando nuovi percorsi, esplorando nuovi quartieri, perdendomi e assorbendo ogni dettaglio. Un pomeriggio stavo tornando alla mia casa di Whitechapel, durante una tormenta di neve. Sono corso dentro a prendere la mia macchina, e ho iniziato a fotografare il negozio davanti al mio ingresso. Da queste foto di Whitechapel nella neve è iniziato un processo di documentazione della città”

Philippe Ebeling su “London Ends”

 

 images © Philipp Ebeling

 

Il libro di David Wilson, “Minor Collisions”, probabilmente si colloca a metà tra i precedenti, e i due che citeremo successivamente:

“… Londra è sia il punto di partenza che il punto di arrivo. E’ il modello della metropoli, l’archetipo della città, e di conseguenza è il palcoscenico perfetto, assoluto, dell’esperienza umana. Al tempo stesso, sapevo che non sarei stato in grado di sfuggire alle particolarità di quella città, quindi non ho fatto alcun tentativo di cancellarne l’identità che comunque ne emergeva. L’intero progetto è infuso della consapevolezza che nessuna domanda possa essere risolta dalle immagini, a meno che non venga posta una condizione secondo la quale la domanda stessa abbia più rilevanza della risposta.”

David Wilson su “Minor Collisions”

 

images © David Wilson

 

Come Ebeling, è uno straniero interessato ad esplorare un luogo, e come Polly Braden, c’è quella consapevolezza che un qualche tipo di valore documentaristico potrà emergere dall’intero materiale successivamente, in fase di editing. Non è quell’aspetto a guidare il progetto ad ogni modo, nonostante la gran parte delle immagini siano state scattate nell’area dell’est londinese, andando incidentalmente a creare un ritratto di un luogo specifico. E’ un approccio spurio che tiene conto di quanto determinante possa essere il contributo del caso, senza dimenticare che ogni foto resta comunque un “fatto”, e una moltitudine di “fatti” possono portare a una storia, che lo si voglia o no.

Su un piano lievemente diverso, sarebbe interessante capire quale sia il reale livello di consapevolezza del flaneur, del fotografo di strada che esce senza avere apparentemente alcuna agenda specifica, ma che certamente avrà dovuto in principio decidere dove andare. Ha lanciato dei dadi per decidere che direzione prendere, o c’è qualche tipo di ragionamento dietro la sua scelta? E quella scelta non potrebbe essere causa e conseguenza di un’aspettativa?

Ammesso che quest’ultimo assunto sia vero, a quel punto l’aspettativa si lega indissolubilmente alla scelta, e il più semplice atto, quello appunto di scegliere, diventa la particella primaria della documentazione. Come conseguenza, la documentazione è qualcosa di inevitabile, a prescindere dall’approccio, anche quando non ci si limiti a un luogo o una tipologia specifica.

Si potrà obiettare che la documentazione vera e propria, anche limitandosi ad analizzare il lavoro finito, investe ogni singola immagine di un significato preciso e funzionale alla narrativa, mentre secondo l’altra scuola questo aspetto non è necessario. Se è vero questo è vero anche che, e torniamo alla questione della scelta, in un lavoro articolato e complesso ogni singola immagine comunque risponde a un disegno, solo che magari è in apparenza meno definito.

“All That Life Can Afford” di Matt Stuart e “Up West” di David Solomons sono esempi perfetti di tutto ciò. Sì, rientrano in quella tradizione di apertura assoluta e di osservazione di ciò che accade per strada, ma c’è chiaramente molto più di questo.

“Londra era una città troppo grande per rendergli davvero giustizia con una serie di una sessantina di fotografie. Poi nel 2001, mi resi conto che il West End era generalmente il mio primo “porto sicuro” dove scattare qualche foto, e non appena mi è è venuta in mente l’espressione “up west”, ne è nato un progetto. Per più di dodici anni ho girovagato le trafficate zone commerciali di Oxford Street e Covent Garden, bevuto praticamente in ogni pub di Soho, e sono incappato in dozzine di manifestazioni, eventi, party per strada e festival di ogni genere.”

David Solomons su “Up West”

 

images © David Solomons

 

Viene descritto un approccio ancora diverso, di un qualcosa che non è partito come un progetto, ma che nemmeno è diventato tale solo quando la parte di scatto era ultimata. Ha trovato una sua forma strada facendo, e da quel momento in poi si è sviluppato in un modo che mescola efficacemente tutti questi differenti modi di intendere in uno solo.

Il Libro di Matt Stuart è un ottimo ultimo. Non abbiamo bisogno di cercare una sua citazione, perché già il titolo è indicativo. “All That Life Can Afford”. Il soggetto è molto chiaro qui, “vita”.

images © Matt Stuart

 

Forse il tema è troppo ampio per essere considerato un lavoro di documentazione? Non siamo certi che l’“ampiezza” possa essere vista come un parametro, esattamente come la difficoltà nello scalare l’Everest non può essere metro di giudizio sulla fattibilità dell’impresa stessa. Non è una questione di grandezze, ma di contenuto.

E ancora, quando un tema, un’idea, diventa troppo astratta da poter assumere quella valenza? “Documentare” non può essere anche partire da una sensazione, uno stato d’animo, un particolare umore, o viceversa arrivare attraverso delle immagini apparentemente slegate tra loro a descriverli? Sono il seme o il frutto di quella suggestione, o entrambe le cose contemporaneamente?

E’ l’unità di misura di per sé, non la misura calcolata grazie ad essa, perché a cercarla ad ogni costo non si uscirebbe comunque dal campo dell’incertezza. O meglio ancora, è il “contesto”, che anche lì viene definito dal lavoro stesso, perché un unico metro applicabile a tutto dovrebbe gonfiarsi e sgonfiarsi come una fisarmonica, e non avrebbe alcun senso.

Approssimazione per approssimazione è quindi più utile ragionare su quale sia il campo di gioco, dove tutto diventa una sfumatura di uno stesso colore, senza più avere la necessità di arrivare al decimale ma adagiandosi comodamente su quell’arrotondamento che a quel punto sì diventa più che sufficiente ad orientarsi. E al tempo stesso bisogna bisogna rimettere in discussione anche i confini di quello spazio, perché gli stessi meccanismi possono ripetersi all’infinito, man mano che si espande il proprio sguardo verso l’esterno.

Un ragionamento simile, pur fondato sul paradosso, ci serve per comprendere quanto complicato sia tracciare una linea ben demarcata, e di conseguenza quanto futili possano risultare le definizioni, quella costante urgenza di dividere in categorie. Può avere un senso finché si tratta di rendere più semplice un discorso, ma può anche tramutarsi in una gabbia nel momento in cui dovesse venire presa troppo sul serio. Accontentarsi della ragionevole approssimazione diventa così una risorsa, e non un limite, che sarebbe tale solo se si fosse alla ricerca di una rassicurante scorciatoia.

Non crediamo di parlare di mondi diversi quindi, bensì dei lati opposti dello stesso campo di gioco. Quella linea che tentiamo di tracciare, per quanto ci si sforzi, è destinata a rimanere sfocata, e l’impellenza di definire, può venire soddisfatta, e nemmeno in quel caso pienamente, solo tornando alla teoria pura: street photography, procedendo per esclusione e liberandosi di scelte, intenzioni, aspettative, e tutto ciò che la riporta ad altro, è quella cosa che abbiamo visto il giorno che non avevamo la macchina con noi. E’ un concetto astratto quando se ne trova finalmente una definizione, o una deliberata imprecisione quando la si applica alla realtà. E’ tutto e niente, è questo e quello, al punto che la sua stessa esistenza è irrilevante, una volta che ci si rende conto che altro non è che la combinazione degli stessi elementi, in parti diverse.

“Gli amici chiedevano cosa stessi facendo, e dicevo loro che stavo lavorando a un progetto composto da svariate migliaia di stampe. Ridevano ma ero serissimo. Perlomeno ho trovato un amico in quel titolo, … , che mi avrebbe tenuto d’occhio. Non era poi tanto diverso da Cartier-Bresson che trasferiva il mondo intero, dall’America alla Cina, nel Momento Decisivo.” - Alex Webb

“Questo libro non è a proposito di un luogo, o di una materia specifica, e nemmeno un tema. E’ su un certo modo di vedere a colori” - William Eggleston

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(mmm... potremmo avere fatto un po’ di confusione con queste ultime due citazioni, chiediamo scusa…)