Siamo inciampati su questo articolo di qualche mese fa, che tocca un nervo scoperto. Non saremo di certo in grado di mettere la parola definitiva su nulla che non sia il nostro personale sentire, ma almeno ci aiuterà (forse) a ragionare su equivoci possibili e/o probabili.

Mettiamola così, il succo del discorso segnalato qui sopra ci sembra condivisibile se si è disposti ad accettare l’idea che il genere in fotografia esista. Meglio specificare, che esista questo particolare genere. Partendo da questa premessa non c’è nulla da eccepire. Ci resta però un dubbio abbastanza insistente, ed è quello sulla definizione stessa di “genere”.

Può trattarsi di qualcosa strettamente connesso al contenuto, ma anche relativo alle intenzioni, all’approccio del fotografo, che a quel punto può liberamente materializzarsi nei modi più diversi. In questo secondo caso, quando si smorza un po’ l’univocità del termine, si ha l’effetto collaterale di far perdere forza alla definizione stessa di ciò che nello specifico vorrebbe rappresentare, in favore di un qualcosa di decisamente più sfuggente, che torna ad essere “fotografia e basta”, e non più parte di qualche sottoinsieme.

L’empasse pare essere ancora più evidente se torniamo all’idea di fotografia che ci piace trattare qui. Più che in altri ambiti, qui la definizione ha diviso e alimentato un dibattito infinito, partendo dal terra terra più basico, “gente/non gente?”, “strada o anche spiaggia?”, e via via per esclusione fino ad arrivare alla riduzione ai minimi termini, dove il contenuto diventa solo il riflesso di una curiosità a 360 gradi.

Cosa rimane quindi per definire quell’idea di fotografia, visto che sul contenuto è impossibile mettersi d’accordo, e si possono trovare punti di contatto solo nelle motivazioni e nell’approccio? Cosa può ancora rendere sensata una distinzione rispetto al macroinsieme omnicomprensivo della “fotografia e basta”? Nulla.

E dove sono queste gabbie, quindi? Ecco, a occhio le costruiamo noi, se ci disegniamo un cerchio attorno, se creiamo arbitrariamente un perimetro così ristretto da fare apparire come “avanguardia” ciò che è tale solo in funzione di quei confini che noi stessi abbiamo stabilito.

Lo spazio per l’avanguardia lo creiamo appunto noi stessi nel momento in cui insistiamo nel cercare una corrispondenza tra idea e contenuto, confondendo lo slancio iniziale con il punto raggiunto grazie al conseguente abbrivio. Ma è uno spazio ricavato all’interno di quella confusione, al di fuori di essa cesserebbe di avere quel significato e, come la carrozza di cenerentola, si ritrasformerebbe in zucca allo scoccare della mezzanotte.

Sì, son trastulli un po’ così, ma forse aiutano a individuare una situazione paradossale, dove abbiamo lo stesso (teoricamente e al netto della ragionevole approssimazione) approccio alla fotografia, praticato però in contesti lontanissimi tra di loro: troviamo una specie di “scena ufficiale”, che a forza di provare a definirsi si è ripiegata su se stessa, e che in effetti si divide come nell’articolo citato, e un’altra che non si pone il problema del “genere” ma si limita ad assecondare una pulsione spontanea, con risultati molto meno prevedibili.

Lì forse si annida la contraddizione, nell’individuare una rivoluzione nella risposta a una domanda che dal principio pone le sue basi sulle sabbie mobili, e vuole solo giustificare se stessa all’interno di quell’angusto ma confortevole perimetro in cui ama trovare riparo.

Ecco, a noi le rivoluzioni piacciono parecchio, ma forse vanno cercate altrove.