Se c’è una cosa che ci fa un po’ aggrottare scimmiescamente la fronte, è quella spiccata tendenza a concentrarsi sulle foto che fanno dire “OHHHHH” a vostra nonna quando gliele mostrate. Beh, magari non è esattamente così, forse loro preferirebbero un bel tramonto o un ritratto del bisnonno Ettore, ma cambia poco.

All images © Luigi Casentini

FDS: proseguiamo i ragionamenti nati negli ultimi tempo prima a Treviso poi dal sushi king a Livorno. Fai foto da anni, ogni giorno, e le condividi con un pubblico. Raccontaci come nasce… la scimmia.

LUIGI CASENTINI: La scimmia della fotografia credo sia una roba genetica…. Ho sempre fotografato, sin da piccolo: era la grande passione di mio padre che cercò di trasmettermi. E ci riuscì bene, dato che l’ho trasformata nel mio lavoro appena uscito dal liceo. La scimmia della street è molto più recente, 4,5 anni fa e me l’ha trasmessa Salvatore Matarazzo, con cui abbiamo iniziato questo percorso inizialmente facendo riferimento al gruppo Urban Picnic, poi man mano conoscendo autori, studiando ed infine entrando a far parte di InQuadra, il collettivo grazie al quale sto cercando di migliorare ulteriormente il mio linguaggio fotografico.

ENGLISH VERSION

Le definizioni sono generalmente piuttosto noiose, a meno che non si trovi una crepa che dia la possibilità di rimetterle in discussione. Abbiamo visto recentemente uscire alcuni libri fotografici interessanti, che si aggiungono a una manciata pubblicata nel 2015 (sì, è Natale e ovviamente anche noi dobbiamo compilare un qualche tipo di lista). Tutte le immagini che troverete in questi libri sono state scattate a Londra, e questa è la ragione per cui li abbiamo scelti: metterli uno accanto all’altro rende molto più semplice individuare una serie di questioni.

 

Laura Rodari è una che quando si tratta di spargere le viscere sul tavolo non si tira mai indietro, e tutto ciò che ci mostra è invariabilmente la risposta diretta a un’urgenza che si può affettare con il coltello. I suoi lavori da qualche anno a questa parte sembrano allontanarsi da ciò che siamo abituati a vedere qui, e solo scavando a fondo ci si rende conto che l’intensità è sempre la stessa, che è sempre la pancia a comandare, che non si può fare altro che registrare.

All images © Laura Rodari

Siamo dei pensatori abbastanza modesti, alle volte ce ne partiamo con invettive e sproloqui che manco si capisce di che diavolo stiamo parlando, ma di certo non ci siamo mai messi a masticare il gergo delle accademie, anche a costo di apparire come dei bifolchi strappati ai propri quattro acri di terra. “Fotografare a cazzo” quindi ci calza come un guanto: è un’espressione squisitamente scanzonata, senza pretese, ma che nasconde un immaginario sconfinato. Significa fare un deciso passo indietro rispetto al voler essere autori a tutti i costi, riconoscere nel caso il nostro più fidato collaboratore, rinunciare a quella pretesa di possesso assoluta sulle nostre fotografie.

Certo, le abbiamo viste, le abbiamo inquadrate, con più o meno bravura o fortuna, ma la nostra parte finisce lì. Il resto già c’era, e quel che ci preme è che c’eravamo anche noi. E’ l’atto di fotografare una farfalla che passa, così, perché ci va, e sopratutto perché ci viene permesso dallo strumento che teniamo in mano. E’ la fotografia per la fotografia, non la fotografia come appendice di chissà cos’altro, perlomeno durante quell’attimo in cui premiamo il bottone. E non è nemmeno la questione del momento decisivo. Chissenefrega del momento decisivo. Anzi, è probabile che il momento prima o quello dopo ci vadano più a genio. I momenti indecisivi sono i più bistrattati, e con la scusa che nessuno se li fila, risultano essere almeno sulla carta quelli più adatti ad essere usati per contrabbandare qualcosa, per infilarci una rilevanza a tradimento. Lo fanno.

Ad ogni modo, mettiamo il caso che siamo riusciti a imbroccare una fotografia, non è il momento di cantare vittoria. “Fotografare a cazzo” significa pure essere coscienti che una fotografia possa essere il risultato di un colpo di fortuna o poco più. Ma non significa essere degli allocchi, nonostante le apparenze possano suggerirlo. Il fatto di non essere ossessionati dall’idea, quella dove l’immagine è solo la dimostrazione successiva di una teoria, non significa rinunciare ad averne in assoluto, a sviluppare un linguaggio, a sfruttare le possibiilità che ci offre uno strumento di assecondare una personale urgenza espressiva. Solo che, sorpresa, non ci interessa farlo adesso, lo faremo poi. Va bene?

EDIT.

All images © Lucio Beltrami

Ciao Lucio. Tanto per cominciare ci devi una birra: non puoi caricare tutte quelle foto, ci abbiamo messo una mezza mattina solo a guardarle tutte. Comunque, a parte questo, dicci qualcosa di te. Dove vivi, cosa fai, quello che ti pare.
 
Sono nato nella sonnolenta Alessandria e vivo a Torino da più di vent'anni. Impiegato immerso nei dati di giorno, "di notte" do' sfogo ai miei vari interessi e da anni al primo posto c'è la fotografia.

Vogliamo vedere ciò che è sospeso tra terra, acqua e cielo. Ciò che siete riusciti solo a sfiorare con la punta delle dita, e che un attimo dopo sarebbe stato altro. Ciò che vi ha attratto senza sapere perché, che non avreste saputo spiegare a parole, ma che continua a riecheggiare nella vostra testa.

Siamo lieti di pubblicare la selezione di immagini della nostra prima open call. Grazie per aver contribuito alla realizzazione di questa piccola storia, sia a chi è presente qui, sia a quelli che hanno inviato le proprie fotografie e non sono stati selezionati. Ci saranno comunque altre occasioni!

Luigi Casentini 

Circa due settimane fa si è tenuta la prestigiosissima tappa della Dr. Karanka’s Print Stravaganza a Venezia presso ISOLAB.

Con un po’ di ritardo vi mostriamo una piccola selezione di foto, che vi mostrano alcuni dietro le quinte misti a momenti di sollazzo. Le foto sono state pescate tra quelle di Francesca Nicolosi (diadà), Silvia Visini (zoeki), Marco Casino, Mario Macaluso, David Wilson, Silvia Puppini, Sara Angelini e Frank Edvard. Non abbiamo idea di chi abbia scattato cosa, e nemmeno se tutti quelli fotografi siano effettivamente presenti tra queste immagini, e in ogni caso ci premeva maggiormente restituirvi un po’ dell’atmosfera di quella giornata.

Marco Casino è il più giovane vecchio di FDS. A un certo punto ha deciso di fare sul serio, e non ci mettiamo a fare l’elenco dei riconoscimenti che ha ottenuto negli anni successivi, basta dare un’occhiata al suo sito web ed è tutto lì.

Ci siamo incontrati a Venezia, dove è stato uno dei protagonisti dell’ultima Dr. Karanka’s Print Stravaganza dai ragazzi di ISOLAB. Ne è venuta fuori un’intervista nella quale oltre a farci della réclame, ci ricorda che il tempo che passiamo a scannarci non è del tutto vano. 

 

All images © Edvard Frank 

FDS - Ciao Edvard. Ti conosciamo da un po’ e ci consideriamo abbastanza fortunati, non è per nulla facile riuscire a trovarti. Insomma ci sembri molto più interessato a fotografare che a imparare l’”arte” della comunicazione su internet. Ora, per quelli che ancora non ti conoscono, presentati e dicci qualcosa di te.

Edvard Frank - Si, in effetti, non sono un grande comunicatore su internet, i social mi intimidiscono un po’, così mi limito a caricare foto. Come potete vedere adoro fotografare. Abito in un piccolo appartamento insieme alla mia compagna, un'artista messicana e ai nostri due figli, nel centro storico di Trieste. Essendo Trieste una città di confine, anche a casa nostra, come in molte altre qui, parliamo diverse lingue.