Siamo inciampati su questo articolo di qualche mese fa, che tocca un nervo scoperto. Non saremo di certo in grado di mettere la parola definitiva su nulla che non sia il nostro personale sentire, ma almeno ci aiuterà (forse) a ragionare su equivoci possibili e/o probabili.

Il Cargo liberiano è emerso trasformandosi in scogliera.

Il ponte non è più sul filo dell'onda e ora dall'alto del gigantesco mostro si vede la costa: si diventa costa.

Le onde funestano le murate ma restano lontane.

Il pericolo, semmai, arriverà dall'interno, da qualcosa che spezzerà le catene e farà affondare la nave.

Decisione da prendere. Immergersi ed emergere, intanto continuare a respirare.

An Open Letter to HCSP, or Post-Street Aesthetics (at least, here)

Philip (pH):

I believe that the genre of "street", or "street photography", as discussed, loved, and practised here on HCSP has become hugely limiting.

Gareth (SoL):

I would even go as far as to say it the term is bankrupt. Genre labels (distinct from the work within) always evolve, and often as they evolve they cease to be useful - science fiction is one example of a label that has, over time, come to encompass so much diversity of art and creativity, and yet has simultaneously come to be perceived from outside, by critics and by the public, as encompassing a very specific, unchanging range of tropes and cliches. Authors like Margaret Atwood have frequently distanced themselves from the label such is the fear of being tainted by association.

It seems that "street photography" is reaching a similar point - a combination of forces from within and without is making it calcify, sadly. On the inside, particularly here in HCSP, a growing desire to pin down and define what "street" is leads to frequent circular discussions where lines are drawn, old masters cited, arguments articulated. With every one of these arguments "street" comes a step closer to dying. Thus, the genre in this acception is limiting to me, the photographer, and limiting to me, the person who views photographs.

Al deposito FS non ci vado da anni. Alle medie ci facevo un giro ogni tanto con amici i cui genitori lavoravano in ferrovia come falegnami. Poi non sono più passato; ll luogo è defilato, protetto da sopra da una ripida scarpata e da un grande condominio edificato da un noto costruttore locale, senza la possibilità di arrivare dall’alveo del Fiume Stura di Demonte se non a rischio di forconi.

Il reparto manutenzione è abbandonato da quando, a metà degli anni zero, tutto è stato centralizzato a Torino. C’è ancora una rimessa per carrozze, sorvegliata distrattamente dalla polizia ferroviaria e che i ragazzi chiamano yard: un posto in cui dipingere con spray  su tele-treni che verranno prontamente cancellate da solerti manutentori, altrove.

Il corpo centrale, adibito un tempo a laboratori, è completamente abbandonato: sparite le chiavi, sparite le suppellettili, usata raramente come provvisorio rifugio notturno da gente di passaggio. Negli uffici si trovava l’archivio centrale delle Ferrovie dello Stato, documenti, fogli e foto con descritti i danni e gli incidenti sino all’inizio del nuovo millennio.

Molte foto sono state bruciate, insieme ai film negativi, per scaldarsi o come atto deliberato. Uniche foto che si sono salvate riguardano alcuni incidenti ferroviari a tra il 2002 e il 2003, con correlati atti vandalici e guasti dello stesso periodo.

Del fotografo (o dei fotografi) che hanno realizzato quelle fotografie restano poche tracce. La selezione fatta da FDS parte da questo archivio ritrovato, o di quello che resta in una borsa di una libreria della città.

Don Hudson si definisce un "fotoamatore", che se da una parte è riduttivo guardando la mole e la portata del lavoro che ha accumulato nel corso di decenni di pratica, dall'altra nobilita un approccio disinvolto e che trasuda passione. Il materiale, che tra le varie cose è stato anche la base per il bellissimo libro pubblicato da Editions FPCF qualche anno fa, "from the archives", si aggiunge a quella tradizione dove la disposizione ad osservare liberamente, va di pari passo al valore magari a volte incidentale, ma immancabilmente rilevante, del documento.

Don Hudson calls himself an “amateur photographer”, which on the one hand is kind of demeaning, considering the volume and scope of the body of work he has put together over the years, but at the same time underlines the passion and dedication of his approach to the subject. His work, which was published some years ago in the wonderful book “from the archives” published by Editions FPCF, adds to the tradition in which the willingness to observe everything without preconceptions runs parallel to the intrinsic value – sometimes incidental, perhaps, but invariably relevant – of the document.

Qualche mese fa si è tenuta a Treviso la mostra 100 attimi, ideata e curata da Umberto Verdoliva, che si proponeva di fare un po’ il punto su quella che è la situazione della “””“fotografia di strada”””” in Italia.

E’ appena iniziato un nuovo elettrizzante fine settimana dedicato allo scansionare rullini, e tra un negativo e l’altro è saltato fuori nei feed questo articolo. Oh, chiariamo, non ce ne frega nulla di che macchina usate, figurarsi se ci interessa sapere cosa ci mettete dentro. Non è quindi la noiosissima questione pellicola vs digitale, è solo una coincidenza (una di quelle cose che ci metti il “meta” prima, supponiamo) che ci fa partire con uno dei nostri soliti fantasiosi pensierini.

L’unica fotografia di strada è quella che non hai scattato perché non avevi una macchina fotografica con te. Ci rendiamo però conto che sarebbe poco pratico costruire una serie fatta unicamente di non-fotografie, cerchiamo quindi di essere un po’ elastici e allargare il tema: i 500 metri. Non in senso stretto, bensì metaforico. “I 500 metri” sono la tua passeggiata quotidiana per andare al lavoro. “I 500 metri” siete voi che passate il tempo con gli amici. “I 500 metri” è fare tutto quello che ti salta in mente, ma ti sei portato dietro la macchina fotografica, e t’è capitato di vedere e scattare.

Mandateci le vostre immagini, e quelle selezionate verranno pubblicate in un libro che uscirà entro l’inizio della prossima estate.

Il termine per l’invio è fissato per il 24 marzo 2017 28 aprile 2017. Non c’è un limite di fotografie inviabili. Le immagini dovranno essere di 2000px sul lato lungo, salvate come .jpg alta qualità (qualità 11 minimo)

Inviate le vostre immagini all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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The only street photograph is the one we didn’t take, because we didn’t have a camera with us. But we realize that it might be less than practical to curate a show made up of non-pictures only, so let’s try to broaden the theme a bit: let's call it "i 500 metri" (500 meters). Not in a strict sense, but metaphorically. “i 500 metri” is your daily walk to your workplace. “i 500 metri” is you hanging out with your friends. “i 500 metri” is doing pretty much anything you can think of, but you brought your camera and you happened to see and shoot.

Submit your images, and those selected will be included in a book to be published early next summer.

The deadline for your submissions is March 24th, 2017 April 28th, 2017. There’s no limit to the number of images you can submit. All images must be at least 2000px on the longer side, and saved in high–quality .jpg format (quality 11 minimum).

Send your images to: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

photo(s) of the week by ©Ania Vouloudi

All images © Bryan Formhals

ENGLISH VERSION HERE

FDSCiao Bryan, ci conosciamo da anni: sei un fotografo, un blogger, scrivi, pubblichi. Ci sono un sacco di cose di cui potremmo parlare, quindi forse è meglio tornare a quando hai iniziato a fotografare. Come è successo?

Se c’è una cosa che ci fa un po’ aggrottare scimmiescamente la fronte, è quella spiccata tendenza a concentrarsi sulle foto che fanno dire “OHHHHH” a vostra nonna quando gliele mostrate. Beh, magari non è esattamente così, forse loro preferirebbero un bel tramonto o un ritratto del bisnonno Ettore, ma cambia poco.